Bellezza e conformismo

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E’ passata un po’ d’acqua sotto i ponti quindi se ne può parlare con più tranquillità.

Chantelle Winnie è la donna, affetta da vitiligine, che di mestiere fa la modella ed ha conquistato popolarità con la campagna Desigual e poi Diesel. Ci viene raccontata, di lei, una storia difficile: cresciuta tra bullismo e pregiudizio, alla fine “ce l’ha fatta” e ora vive bella e felice del suo lavoro di modella ricercata.

I media hanno fatto a gara a presentarla come campionessa di autonomia e libertà premiate dopo molta sofferenza: diceva alla madre “lascia che sia me stessa”, e ora si fa paladina di un atteggiamento apparentemente molto condivisibile: “sono a favore di tutto ciò che abbia come fine l’essere felici”.

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Dice Treccani che il conformismo è

Tendenza a conformarsi, anche solo in apparenza, a dottrine, usi, opinioni prevalenti socialmente e politicamente. Il conformista tende infatti a fare proprie, in modo passivo, le dottrine politiche e religiose seguite dalla maggioranza dei componenti del gruppo cui appartiene. In senso più ampio, il c. è visto come accezione negativa di chi si adatta facilmente alle opinioni o agli usi prevalenti, alla politica ufficiale, alle disposizioni e ai desideri di chi è al potere.

Chantelle è alta uno e settantotto e il suo corpo rispetta gli standard più comuni previsti per la fisicità di una modella internazionale. La sua carriera, anche se facilitata dalla partecipazione a uno show televisivo come America’s next top model, segue uno schema abbastanza tipico per la sua categoria professionale. La caratteristica colorazione della sua pelle si adatta molto bene a un brand che ha nel nome, Desigual, la pretesa di mostrarsi fiero del suo essere differente, diverso, vario, mutevole.

Ciò che non mi è chiaro è quanto il corpo di Chantelle, la sua bellezza, consentano di lasciarsi alle spalle una visione stereotipata della “modella” per incominciare una possibile liberazione dai canoni che la moda ha propugnato fin qui – come vorrebbe sembrare. Perché mentre lei afferma

So I feel like the industry is very much opening up, widening their eyes

e si dice pure che

what’s next for Winnie after her receiving her Beauty Idol award? ‘An American Vogue cover’, says the ambitious model

non va dimenticato che il conformismo, abbiamo letto sopra, è proprio di chi si adatta facilmente alle opinioni o agli usi prevalenti, alla politica ufficiale, alle disposizioni e ai desideri di chi è al potere. Tutta la carica eversiva della pelle di Chantelle sarà usata per arrivare alla copertina di Vogue. E non dubitiamo che ci riuscirà, dato che questa è esattamente l’ambizione di qualunque modella come lei, che vede una rivista come Vogue – la sua immagine, la sua presenza il suo potere – come un grande traguardo.

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L’insolita colorazione della sua pelle, per quanto possa essere comprensibilmente esposta ora come un trionfo sulla discriminazione subita da bambina, non sembra sortire alcun effetto eversivo o rivoluzionario né rispetto al concetto commerciale di bellezza né tantomeno in generale sulla considerazione di corpi diversi dai canoni che possano essere accettati da quel mondo che si pone come indice di bellezza e perfezione.

L’ostracismo verso il peso eccessivo, o il corpo mancante o disabile, non è cambiato di una virgola. Essi non compariranno mai nella funzione di modelli, e non rientreranno mai nell’uso commerciale del concetto di bellezza. La storia di Chantelle sembra raccontare soprattutto la forza di un potere normalizzante che è capace di inglobare in sé anche l’apparentemente inadatto, purché non veramente diverso.

Chi o cosa decide davvero quali non-canonicità possono essere accettate e quali no? E perché? Come sganciare il concetto di bellezza dal potere del conformismo, la cui natura è adattare al proprio controllo qualunque apparentemente pericolosa e non vendibile stranezza?

I modelli, le modelle, capaci di cambiare i punti di vista sono altr*, e non commerciali, non per Vogue. Non ce ne voglia Chantelle, le auguriamo tutta la fortuna del mondo; ma la bellezza, se qualche volta è certamente desigual, sicuramente da sempre non s’adatta allo sfruttamento.

Tra l’ “inconsueto” e il “rivoluzionario” c’è una bella differenza. E la bellezza, credo, lo sappia benissimo.

La bellezza nel discorso di Renzi alla Georgetown

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Sul suo profilo facebook, Matteo Renzi così scrive il 16 aprile scorso:

Oggi pomeriggio ho parlato agli studenti della Georgetown University. In una delle università americane più importanti ho voluto ribadire l’importanza della cultura come strumento per battere il terrorismo perché così si difendono la nostra identità e i nostri valori. Con orgoglio ho detto alla platea che faccio un mestiere meraviglioso, guidare il governo di uno dei Paesi più belli del mondo, ma è anche un mestiere terribile perché in Italia il passato è talmente emozionante che a volte pronunciare la parola futuro è difficile, allo stesso tempo però è un mestiere divertente perché sono convinto che il futuro è più interessante del passato.
Per troppo tempo però il nostro Paese è stata la bella addormentata nel bosco, come se il meglio fosse già accaduto e potessimo vivere il presente solo sognando il nostro grande passato. Ma noi siamo qui per svegliare la bella addormentata, noi siamo qui per dare un indirizzo al futuro. Questo indirizzo è il lavoro straordinario, l’energia, l’impegno che abbiamo messo in questo primo anno nelle riforme: la legge elettorale, l’architettura istituzionale, la PA, il fisco, il jobs act, la giustizia, la lotta alla corruzione, la buona scuola, l’innovazione. Per questo non è possibile tornare indietro sulle riforme, non possiamo permettercelo, sarebbe folle sciupare questa occasione. Per vent’anni abbiamo guardato alla globalizzazione impauriti invece di vedere le opportunità. Il mondo ha fame dell’Italia e chiede la nostra bellezza, noi possiamo essere il luogo del futuro che piace al mondo. Come diceva Bob Kennedy, il futuro non è un dono, ma una conquista. Noi siamo pronti.

Pronuncia la parola “bellezza”, o sue varianti, per tre volte: 1) …uno dei Paesi più belli del mondo… 2) …la bella addormentata nel bosco… 3) …il mondo che ha fame dell’Italia chiede la nostra bellezza… Non è poco, per un riassunto di poco più di 250 parole. Ma di che bellezza si sta parlando?

Nel primo caso, è quell’oggettività commerciale data per esempio dai numeri dell’UNESCO. Dati rilevantissimi, indubbiamente, ma che economicamente e politicamente contano poco. In più, questa bellezza non sta in piedi da sola; non serve, per esempio, a contenere la “fuga dei cervelli” che – tra le altre cose – dovrebbe servire a mantenerla.

Nel secondo caso, il paragone con una bellezza in coma in attesa del principe azzurro è davvero imbarazzante. Non si capisce perché l’Italia sognerebbe il passato – né da nessuna parte è scritto che lo faccia la bella addormentata – invece del vero amore, che sarebbe chi, Renzi? E poi, ormai Maleficent ce l’ha insegnato, conta l’amore e non la bellezza.

E poi, terza e ultima, la bellezza viene nominata perché il mondo ne avrebbe fame, della nostra bellezza. Ma perché, non l’ha già? Venire una volta in Italia è il sogno di mezzo occidente, che ci riesce pure. Noi siamo già il luogo che piace al mondo, nel presente. Il futuro, non la bellezza, non c’entra niente.

Probabilmente è questo il fraintendimento di fondo che fa straparlare molti politici di professione della bellezza – qui Renzi è solo l’ultimo esempio, non c’è niente di personale. In qualunque modo la usino, la bellezza può sicuramente essere una “promessa di felicità” come diceva Stendhal, ma solo per un singolo e non per una massa. Politicamente è inutilizzabile, o si ricade in generalizzazioni insensate come fa qui Renzi – e come hanno fatto in tanti.

Ai politici di professione fa molto comodo evitare di ricordarsi che la bellezza che sono capaci di indicare come un prodotto è caduca, deperibile e cancellabile come qualsiasi altro prodotto o manufatto. Dovrebbero impegnarsi invece a mantenerla; la fine che stanno facendo, in questi giorni, bellissime vestigia del passato per mano di forze politiche che hanno deciso di distruggerle, dovrebbero trattenere qualunque amministratore pubblico dal lanciarsi audacemente in certi paralleli. Invece si strumentalizza anche il non strumentalizzabile per eccellenza, e il discorso sembra anche plausibile.

Sintomo che se non dal mondo, la bellezza certamente se ne sta andando dalla mente di molte persone. Tanto che sembra possibile, anzi è linguaggio comune, scambiarla per un bene commercializzabile. Tanto che si può commercializzare tutto, spettacolo e pubblico insieme, e vendere l’intero pacchetto come “il paese”, “il paese della bellezza”, e così, come dice l’uomo politico, «il mondo ha fame dell’Italia e chiede la nostra bellezza, noi possiamo essere il luogo del futuro che piace al mondo». Noi. Tutti, “tutto compreso”.

È questo, evidentemente, il compimento dell’arte per l’arte. L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine.
(Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica)

la costanza del mondo

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e infine...Lo scorso luglio sono sopravvissuta indenne a un aneurisma cerebrale. Nel delirio post traumatico [soprattutto di medici e familiari], la prima preoccupazione è stata quella di tenere sotto controllo in ogni modo possibile i miei “sbalzi di pressione”, inspiegabili e ingestibili, da qualcuno definiti “essenziali”, giudicabili tra le possibili cause dell’aneurisma suddetto.

Tra le conseguenti mie personali scelte post aneurisma [ho stabilito che il fattaccio è uno spartiacque, quindi la mia vita è divisa ora in a.a. e p.a., ante aneurisma e post aneurisma], quella di far di tutto per assumere meno farmaci possibile.

In breve: ho perso qualche chilo, la pressione è mediamente più bassa, prendo meno farmaci. Non mi aspettavo certo che la cosa rimanesse inosservata. E infatti è accaduto in questi mesi di passare da…

  • Stai benissimo così.
  • E prima come stavo?
  • Ah benissimo anche prima.

a…

  • Vuoi fare la modella?

al gran finale…

  • Ma che hai? Non stai bene? Forse ti stai ancora rimettendo.

Nella ricerca di un nuovo equilibrio interiore ed esteriore, che ha a che fare col vedermi “diversa” nelle forme, nei movimenti e nel modo in cui i vestiti mi stanno addosso, desidero esprimere pubblicamente il mio “più vivo apprezzamento” per la costanza con cui mi si comunicano i motivi per cui avrei – sempre e comunque – qualcosa che non va. Sono ammirata! Grazie!

Ironia a parte, è chiaro che il mio bellissimo corpo continuerà a fare a meno dell’approvazione del… mondo. Io sono bellissima.

Loredana

Come salvare tanta bellezza evitando di usare un aggettivo

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Già una volta parlammo qui di inflazione di parole. Tra le tante espressioni che soffrono di un uso quantitativamente eccessivo, c’è “è bello”. Sono convinto che se ci abituassimo a sostituirla con un aggettivo più appropriato – e c’è quasi sempre un aggettivo più appropriato di “bello” – finalmente “bello” e “il bello” torneranno a significare qualcosa che altre parole invece non possono significare. Per ora, invece, è questa espressione a essere il facile sostituto di pressoché quasiasi espressione delle proprie emozioni e sensazioni. Non lo trovo giusto.

Le abitudini linguistiche non sono facili da cambiare, lo so bene. Ma come diceva Wittgnestein, il linguaggio si presenta come un labirinto di strade: ci sono sempre modi diversi per arrivare nello stesso luogo, e spesso arrivandoci da un’altra strada non lo si riconosce più. Proviamoci a prendere strade nuove, proviamo a usare le parole che usiamo poco – o che non abbiamo mai usato – come tappe esotiche. Facciamoci stupire anche da quelle strade che pensiamo di conoscere tanto bene.

Per preservare il bello, proviamo a farci aiutare dal signor Treccani. La prossima volta proviamo a dire, per esempio,

è attraente, è avvenente, è benfatto, è venusto, è delizioso, è incantevole, è meraviglioso, è stupendo, è carino, è grazioso, è affascinante, è aggraziato, è leggiadro, è accogliente, è ameno, è gradevole, è piacevole, è ridente, è armonico, è armonioso, è autentico, è effettivo, è vero e proprio, è a bella posta, è ad arte, è appositamente, è apposta, è in evidenza, è buono, è calmo, è chiaro, è limpido, è luminoso, è sereno, è terso, è fausto, è felice, è lieto, è agiato, è comodo, è confortevole, è altolocato, è aristocratico, è chic, è di classe, è elegante, è raffinato, è ricercato, è signorile, è dilettevole, è divertente, è godibile, è gradito, è fantastico, è accurato, è pregevole, è cortese, è educato, è garbato, è gentile, è apprezzabile, è buono, è generoso, è magnanimo, è nobile, è virtuoso, è acuto, è fine, è pronto, è vivace, è promettente, è conveniente, è favorevole, è propizio, è utile, è vantaggioso, è conveniente, è efficace, è opportuno, è valido, è abbondante, è considerevole, è cospicuo, è grande, è grosso, è notevole, è ragguardevole, è molto, è parecchio, è assurdo, è sereno, è fico,

invece di “è bello”.

Proviamoci. Può darsi che, presa questa abitudine, scopriremmo cos’è davvero bello, dato che non gli sta bene nessun’altra parola.

E forse, potremmo cominciare a fare questa semplice operazione per tante tante altre parole, più violente, ipocrite, superficiali, banali di questa.

Ma il porno è bello?

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Un paio di premesse prima di cominciare a non capirci. Per porno, in questo articolo, intenderò per brevità uno qualunque dei tipici prodotti pornografici commerciali più comuni, non “tutto” il porno – escluso, insomma il post-porno che si pone in polemica con quello e il cosiddetto porno amatoriale non commerciale, fatto per uso privato da privati.
La domanda del titolo mi è venuta perché da qualche tempo si vanno spacciando pornostar commerciali come raffinati intellettuali (ecco uno e due esempi), e se ne chiede l’opinione per molte cose che col loro lavoro c’entrano poco. E’ inevitabile che l’estetica della pornografia commerciale contamini altre forme di comunicazione, è un fenomeno ormai accertato; e tra gli abusi e le sconsideratezze di questa vicinanza c’è anche un modo di adoperare la parola “bellezza” che credo non c’entri nulla.

Le pornostar sono belle donne? E chi lo sa. A parte che nessuna rappresentazione sostituisce la conoscenza in persona, sono donne truccate e preparate per ogni scena ben più di una ‘normale’ attrice, e le tecniche di ripresa tra lenti deformanti e attori scelti al centimetro non ti fanno certo capire nulla di come potrebbero eventualmente essere di persona. Forse la cosa più inquietante è proprio che il loro aspetto nella vita di tutti i giorni, quando se ne può avere un indizio, è del tutto “normale”.

Il sesso che si vede nel porno è bello? Non so dire come potrebbe esserlo. Non è sesso, è mero atletismo fatto in favore di telecamera. Un copione sempre identico nella sequenza sesso orale, vaginale e anale, e sempre le stesse posture che nessuno in realtà farebbe, dato che nella realtà nessuno si mette in posa per essere inquadrato, mentre fa sesso. Tutte quelle eccezionali prestazioni atletiche sono del tutto inutili – anzi sono uno spreco di preziosa energia – quando non c’è una telecamera professionale e un regista che suggerisce cosa fare. Indubbiamente è qualcosa di difficoltoso, pensando che là intorno c’è un set pieno di attrezzature e di gente che, intanto, lavora: ma il tutto è solo una rappresentazione, e non certo una rappresentazione del sesso – il che non vuole dire che uno non può fare ‘realmente’ le stesse cose: ma di sicuro non le fa in favore di telecamera mentre l’elettricista sul set «smarmella tutto».

Quello che si vede rappresentato è un rapporto a quattro, sempre: una donna, un uomo, un pubblico che guarda e un regista/produttore che decide – in ordine di importanza crescente sul set. Non ci può essere alcuna bellezza, credo, finché ci sarà un rapporto di forze – di potere – così squilibrato e non deciso allo stesso modo da tutti i partecipanti. Questo spiega anche perché sono del tutto fuori luogo le considerazioni morali a proposito della pornografia commerciale: è potere, è politica, è sfruttamento – c’è poco da moraleggiare.

Come controesempio, dicevo prima, poniamo il caso di una coppia tranquilla e felice che si filma mentre fa sesso, cerca un sito per scambisti, fa vedere il suo filmato e ne vede altri, s’incontra con una coppia che gli piace. E’ pornografia commerciale? Credo di no. Non c’è lucro e non c’è pubblico, nessuno viene sfruttato – è tutto decisamente più bello.

“Sexy”?

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Primo risultato cercando "scarpa sexy" in Google Immagini il 22/7/2014 alle 13:45

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Prima di entrare in argomento, permettetemi due definizioni, un po’ noiose ma che ci serviranno. Si chiama campo semantico il gruppo di parole legate tra loro per significato, a coprire una non precisabile area di significati che si estende, sempre più labilmente, ad altri significati. Ovviamente il campo semantico può variare molto a seconda che lo si intenda in un particolare contesto o per un determinato individuo. Il significato delle parole è (la faccio breve) il loro uso condiviso: attraverso un segno grafico accettato da una comunità, il mio concetto mentale privato acquista una dimensione significante per tutti quelli che usano quella parola, perché nella pratica ci intendiamo grazie a un linguaggio già esistente al quale il mio uso si adegua. “Concetto mentale” che non ho creato dal nulla, ma che a sua volta è debitore del mio essere nato in un linguaggio che mi ha dato un’immagine linguistica del mondo (l’insieme di tutti i significati che ho imparato a conoscere nella mia lingua).

Bene: dunque “sexy” cosa vuole dire? Come lo si usa? Che rapporto ha con la bellezza? Il sig. Treccani registra due significati principali:

1. Che, o chi, è dotato di forte attrazione erotica così da riuscire sessualmente eccitante […] 2. Con valore di sost. (usato in ital. al masch.), carattere o contenuto erotico, che è intenzionalmente diretto all’eccitazione sessuale.

Il che renderebbe inutile il discorso: “sexy” e bellezza non c’entrano niente l’uno con l’altro. Che la bellezza non riguardi necessariamente ciò che attrae sessualmente è un fatto ovvio e scontato; come lo è il fatto che ci possano essere cose o persone eccitanti ma che non possono essere considerate belle.

Il problema lo fanno i campi semantici. Viviamo in una cultura che ha costruito un’area di significato comune tra, per esempio, le parole “sexy”, bellezza, eleganza: pensiamo a come sono immaginati e pubblicizzati alcuni modelli di scarpa da donna. E’ ormai un luogo comune del pensiero maschilista più becero – condiviso non solo da uomini – che i tacchi alti siano “sexy” e le cosiddette ballerine siano scarpe che limitano o impediscono l’eccitazione sessuale. E’ facile dimostrare che, pochi e molti anni fa, c’erano tutt’altri luoghi comuni sull’argomento – oppure era comunemente creduto l’esatto opposto.

Perché la presenza di un accessorio determina il grado di eccitazione o di disponibilità sessuale? Perché quell’accessorio è diventato un segnale – non un significato – di sessualità. L’accessorio “sexy” segnalerebbe la presenza di desiderio sessuale, indipendentemente da chi lo indossa e in quale contesto – oppure significa “non sexy”, di nuovo del tutto indipendentemente dalle circostanze (e da qualsivoglia tipo di bellezza). Questo slittamento del senso delle parole lo trovo molto ingiusto e pericoloso: è facile trasmettere significati non voluti oppure credere di sé e di altre persone cose del tutto false, e in un ambito così importante e sensibile come quello del desiderio sessuale. Nessun vestito o accessorio può renderci più belli o più sexy – a meno che non si sia ceduto il controllo della propria immagine (e del proprio erotismo) ai valori sociali veicolati dalla moda o dalla comunicazione pubblicitaria. Attribuire agli oggetti queste capacità è anche una spiacevole conseguenza di un uso scorretto del linguaggio, di cui la bellezza paga in un certo senso le conseguenze vedendosi avvicinata da significati che le sono estranei.

Non credo certo che sia sbagliato desiderare di essere più “sexy”; mi pare però molto poco realistico pensare che questo possa dipendere dalla scelta di un accessorio di abbigliamento, piuttosto che da un lavoro su di sé che coinvolga interiorità ed esteriorità, mente e materia, anima e corpo, i quali devono entrare in contatto e in dialogo in modo diverso. E non credo che tutto questo passi in qualche modo per il concetto di bellezza.

La bellezza del calcio

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E’ periodo di calcio, ci sono i mondiali. E come in tutte le occasioni mediatiche, della parola bellezza se ne abusa. Io che sono un amante del calcio, nonché abituale indossatore di scarpini per settimanali sgambate amatoriali, leggo tutto e mi chiedo: ma di che stanno parlando?

Siamo abituati da molti decenni a leggere di calcio – e anche di altri sport, sia chiaro – attraverso parole e ragionamenti che hanno preso la stessa forma rapida, essenziale ma distorcente degli highlights, il tipico riassunto televisivo di una prestazione sportiva. Si vedono, in rapida sequenza, le azioni salienti della partita: i gol, le occasioni mancate, parate e interventi arbitrali dubbi o clamorosi. E si parla di queste cose, come se fosse calcio. E ci si abitua a parlare in questo modo, passando da episodi ad altri episodi, come se il calcio fosse quello: fino al luogo comune, ipocrita come pochi, che “la partita è decisa dagli episodi”.

Di tutto ciò che succede durante la partita non sappiamo nulla, perché il gesto senza risultato, che non ha avuto esito, è destinato all’oblìo televisivo – eppure lì c’è tutta la bellezza del calcio (e degli altri sport). In media, nei 90 minuti, un giocatore ha la palla tra i piedi al massimo due, tre minuti in tutto; ma per il resto del temp non è che non giochi, è proprio quello il gioco. Il gioco e la sua bellezza stanno nel complesso della prestazione della squadra, che in sé è del tutto irriassumibile – diceva qualcuno che “il risultato è casuale, la prestazione no”. L’abitudine televisiva ha distorto la nostra attenzione verso gli aspetti più casuali del gioco, e verso i gesti dei singoli, nonché agli altri eventi spettacolari di contorno – e abbiamo perso del tutto di vista la sua bellezza.

In questo senso il caso esemplare è quello del portiere. Può essere destinato a guardare gli altri giocare per tutta la partita e chiamato a intervenire per un solo istante – e risultare decisivo. La televisione immortalerà un atleta scattante, il suo singolo atto, ma non potrà mai raccontare lo sforzo di rimanere concentrato, il suo lavoro di coordinamento e guida dei compagni, pronto a immaginare ogni tipo di pericolo per tutta la partita. Per quello, bisogna forse ricorrere ancora a Peter Handke e a Wim Wenders (Die Angst des Tormanns beim Elfmeter, da noi tradotto come Prima del calcio di rigore).

L’importanza dell’essere presenti allo stadio che in tv non si può percepire – succede in tutti gli sport, insisto – sta anche nel poter assistere, usando il proprio sguardo, a ciò che non verrà mai inquadrato. Non è il caso di scomodare Benjamin, o Vertov, o Ejzenštejn, ma dovremmo ricordarci che moltissima della nostra fruizione visiva dello sport passa per una macchina da presa, che tutto è tranne che un occhio obiettivo, e alla sua inesauribile capacità di creare “divi” – il tipico prodotto di una industria culturale. E con quelle stesse distorsioni, si passa poi a parlare del resto, che un’informazione soggetta al marketing compulsivo fa cadere nella categoria “calcio”: violenza, omicidi, razzismo, fascismo, ignoranza crassa, maleducazione genitoriale, sfruttamento di minori, speculazioni finanziarie, mercato delle illusioni.
Ma quello non è calcio; come vedete, le parole ci sarebbero, però per convenienza mediatica si sceglie di non usarle. E allora ci sono i morti e i feriti “per il calcio”, i milioni di euro (prima erano i miliardi di lire) “per il calcio”, il paese fermo “per il calcio”, tutti impazziti e rincoglioniti “per il calcio”. E invece non è il calcio, non è mai il calcio.

Molti in questi giorni, fortemente condizionati da un prodotto televisivo chiamato “calcio”, stanno parlando di qualcosa che è spettacolo, è comunicazione pubblica, è politica, è violenza. Un esempio civile e condivisibile è questo post di Giovanna Cosenza; civile e condivisibile, ma non parla di calcio. Così come non basta ragionare per fare filosofia, non basta neanche citare giocatori, azioni, squadre e partite per parlare di calcio. Invece parlare di calcio significa soprattutto raccontare storie non più riconducibili al riassunto mediatico, e se possibile imporre alla televisione i tempi e i modi per raccontarle. Federico Buffa, recentemente, ha provato a farlo, e pur con tutti i limiti e le critiche lecite, il suo è un tentativo molto politicamente valido di opporsi a quella ipocrisia, a quella malafede.

Quando penso alla bellezza del calcio – e alla bellezza degli sport in genere – mi vengono in mente solo gesti visibili dal campo, o nella memoria di chi era presente, o di chi, rubandoli alle impietose telecamere e agli spietati montaggi, si rammenta di ciò che l’highlight ignora. L’assist splendido ma che il compagno non ha trasformato in gol, l’azione fatta di passaggi ‘di prima’ che però ha portato solo la palla sul fondo, l’anticipo che toglie non la palla dal piede ma le idee dalla testa dell’attaccante – tutti gesti che non hanno portato un risultato, pura bellezza priva di interesse. Non commerciabile, non spendibile. Niente highlight.

Il mio esempio personale – discutibile, ignorabile, figuriamoci – di bellezza nel calcio è Ricardo Bochini. E’ un giocatore argentino degli anni ’70, che ho scoperto quando, in una semifinale del campionato del mondo di tanti anni fa, entrò per sostituire Maradona. E Maradona uscendo dal campo lo salutò con deferenza – lo chiamava “Maestro”. Ne ho saputo di più da un libro scritto da un altro giocatore, Jorge Valdano, intitolato Il sogno di Futbolandia. Libro che consiglio soprattutto a chi non ama il calcio; non perché cambi idea, ma perché perlomeno sappia di che si sta parlando. Tanti ottimi scrittori hanno scritto di calcio – ma quelli sono dei grandi, quella è letteratura. Se ne volete sapere qualcosa, leggete quello che i giocatori hanno voluto scrivere.

Ricardo Bochini era – il parere è unanime – brutto, sgraziato, lento. Ha sempre giocato nell’Indipendiente di Avellaneda; con quella maglia ha vinto quattro campionati e una decina di coppe internazionali nell’arco di quindici e più anni. Detestava correre e fare gol, racconta Valdano, due cose che faceva solo se costretto dall’economia del gioco. Amava disegnare cose imprevedibili eppure semplicissime sul campo; amava creare cose bellissime per i suoi compagni, malgrado fosse tutto tranne che un atleta. Cose così, che adesso sono su Youtube solo quasi per sbaglio – e in maniera lacunosa e insufficiente.

«Il pallone è per tutti, il calcio è per pochi» è un vecchio detto, e forse nel suo snobismo voleva essere più una difesa che un attacco. Il calcio – come molti altri sport diffusissimi e popolari che possono essere anche un mercato allettante – è soffocato da tanti altri fenomeni di massa che con lui c’entrano pochissimo, e si attira tanta inutile rabbia da parte di chi non distingue uno sport da quello che con lo sport non c’entra nulla. E malgrado la potenza delle forze in campo contro di lui – il mercato, la politica, i media –  un po’ di bellezza rimane. E’ davvero incredibile.

la fatica della bruttezza. e quella (vera) della (vera) bellezza

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la fatica della bruttezza. e della bellezzaQuando Lorenzo sostiene “La bellezza, credo, ha natura relazionale, e quindi o c’è tra me e la cosa esterna a me – è presente, avvertibile, forse anche comunicabile – oppure non c’è”, sostiene qualcosa che mi pare d’aver provato. Ecco quando e come.

In svariati mesi di movimento e stasi, di evoluzioni e involuzioni, interpolazioni ed estrapolazioni, curve a destra a sinistra e a ‘u’, di cose accadute “fuori” di me che hanno avuto eco dentro e che per questo non sono sicura fossero così “fuori”, ecco in tutto questo una costante c’è stata: la fatica provata ad aver a che fare con la… bruttezza.

L’ho sentita chiaramente in diverse forme. Un peso molesto, un prurito insistente, senso di soffocamento, respirare un’aria… pesante, istinto di strizzar le palpebre. E a volte un accesso d’ira, il desiderio di colpire qualcosa – una cosa qualunque, usando tutta la forza che avevo in corpo. Un tipo di “fatica”, insomma, dalla quale ho desiderato liberarmi.

Chiamo “bruttezza” ciò che m’è parso causare questi malesseri. Faccio fatica, per esempio, a “digerire” parole brutte, o meglio il brutto parlare: corretta sintassi a parte (che in verità sarei felice si potesse dare per scontata [pare proprio di no]), mi affatica soprattutto la mancanza di legame tra quello che ascolto e la “posizione” di chi parla, lo scollamento tra ciò che si dice e ciò che si è o addirittura a volte si dichiara di essere. Faccio fatica, poi, nei contatti (fisici! a partire da abbracci o semplici strette di mano) che si direbbero viscidi, e in quelli tirati, stiracchiati, tirchi. Immagino possiate immaginare che il mix potrebbe uccidermi. E mi ucciderebbe, al momento, continuare quest’elenco sulla bruttezza faticosa.

Ora, il punto è che questa stessa fatica la provo – anche se di segno opposto – ad avere a che fare con la bellezza. Quella che considero “vera” e che con Lorenzo abbiamo definito “senza stereotipi, senza banalità, senza bilancia, senza misure, senza insulti, senza teorizzazioni sterili” eccetera eccetera. Sentire la bellezza è una fatica, una bella fatica. Parlare, osservare, toccare pienamente e profondamente comportano un faticoso lavoro su di sé e, sperabilmente, sulla relazione che si va instaurando (istantanea, breve o lunga che sia). Questo lavoro e questa fatica mi piacciono molto: li percepisco come gratificanti, entusiasmanti, arricchenti. Meglio ancora: belli! bellissimi!

Chissà ch’io riesca, nei prossimi mesi, a imparare a compensare quel tot di bruttezza costante con un tot almeno pari di bellezza.

p.s. sulla parola “vera” usata nel titolo… rimando al prossimo post!

La mostra e la bellezza

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Provo a continuare un discorso cominciato nel post precedente.

Esempio: mostra di Magritte (caso personale di tanti anni fa). Ci vanno Ics e Ipsilon, due amici che hanno gusti opposti in fatto d’arte: a Ics piace tutto dal ‘900 in poi, a Ipsilon piace tutto il “classico”, al più fino al Barocco. Nessuno dei due è storico dell’arte o esperto del settore, in qualche modo: hanno gusti e inclinazioni nati fuori dalla loro formazione scolastica. Ics è tutto contento di vedere i quadri di Magritte, Ipsilon li guarda palesemente insoddisfatto. Il primo è tutto un “che bello, che meraviglia”, il secondo sbuffa continuamente. Ipsilon però non si lamenta, perché sa che sono lì entrambi per “ricambiare” la precedente visita alla mostra di Caravaggio, dove si sono comportati all’opposto. Immancabile, prima o poi, questo tipico scambio di battute (che non è inventato, eh: è una sintesi di cose sentite più volte dal vivo).

X: Che hai? Non ti piace Magritte?
Y: No; non lo capisco. Che sono queste cose messe accanto l’una all’altra, senza senso? Che vogliono dire queste immagini simboliche? Non si capisce, non è chiaro. Oppure è troppo chiaro, certe cose mi sembrano piatte, evidenti, banali. Boh, non lo capisco, quindi non mi piace.
X: Ma scusa, è Surrealismo – e poi ci sono le didascalie e i pannelli. C’è scritto tutto quello che devi sapere per capire la sua pittura.
Y: Io ho letto e ho capito, ma non mi piace lo stesso. Allora diciamo che non mi piace il Surrealismo.
X: E certo, te solo puttini e madonne, sennò non è pittura?
Y: Ecco bravo, queste cose psicologiche, senza un qualcosa di trascendente, non mi piacciono proprio. Non ci vedo niente di bello, anzi sono proprio dei quadri brutti.
X: Brutti? Ma scherzi?

No, Ipsilon non scherza affatto. Non capisce Magritte, quindi è brutto.

La conoscenza serve alla comprensione o al piacere? Io credo alla prima, non al secondo. La conoscenza delle informazioni sull’artista, sulle sue intenzioni, sulle sue tecniche e sul periodo nel quale ha lavorato sono certamente utili a capire cosa ho davanti; eventualmente ad apprezzarlo e a valutarne l’importanza e l’influenza. Il piacere? Mi pare che non aggiungo nulla. Quello mi passa per il corpo stimolato da ciò che vedo (o provo, o sento, a seconda della forma d’arte) e non credo che saperne di più mi aiuti a provocare lo stesso piacere, il quale non passa per delle informazioni. Anche perché ci sarebbe da aprire almeno altri due dolorosi capitoli: chi fornisce quelle informazioni (i pannelli che io ricordo alla mostra di Magritte di qualche anno fa a Roma erano imbarazzanti per sciocchezze contenute e per banalizzazioni gratuite), e come le fornisce (romanzi e poesie tradotti, film doppiati: le parole hanno una materialità e una storia, dove vanno a finire le scelte dell’artista, del regista?).
Ho detto sopra “lo stesso piacere”: sì, credo che il piacere di una comprensione della bellezza sia diverso da quello di una presenza della bellezza. Se nel primo caso le informazioni mi servono, per la seconda mi basta il corpo.

Questo dovrebbe far capire – ancora una volta – che “soggettivo” e “oggettivo” con la bellezza non c’entrano nulla. Ci possono essere una “rilevanza” artistica oggettiva, anche una “coerenza”. Ma una bellezza oggettiva no, certamente no. Stesso discorso per il “soggettivo”, che riguarda il piacere e non la bellezza. La mia preferenza è insindacabile, come pure la conoscenza delle cose: la bellezza, credo, ha natura relazionale, e quindi o c’è tra me e la cosa esterna a me – è presente, avvertibile, forse anche comunicabile – oppure non c’è. Motivo per cui l’arte è solo un esempio particolarmente fortunato e adatto per parlare di bellezza, ma essa può esserci, nel nostro quotidiano, attraverso la natura, il paesaggio urbano, o qualunque oggetto comune.

Non sto dicendo che esiste la “bellezza concettuale” o la “bellezza fisica” o altri tipi di bellezza – significherebbe di nuovo cercare di far essere la bellezza una qualità delle cose, e non lo è. Dico che attraverso usi diversi del nostro corpo e del nostro linguaggio possiamo sentire la bellezza in modi diversi, e decidere di preferirne qualcuno, di questi modi, a seconda del nostro piacere. Allora nel linguaggio avremo espressioni come “bellezza eccitante” o “bellezza intrigante” o “bellezza inquietante”, che sono modi per descrivere brevemente la nostra relazione con la cosa che suscita la bellezza – e questo è quanto si può dire. Il passo successivo – non obbligatorio – è cercare di condividere quella relazione con altri, in maniera non troppo riduttiva; e di esprimere tutto ciò con un linguaggio più preciso, cosa che non significa più erudito.

La bellezza e la critica

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Oh, adesso che è finito lo stordimento generale per il film “La grande bellezza”, forse possiamo tornare a parlare di certe cose in pace. Forse.

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Che ciascuno abbia il suo gusto, non c’è dubbio. La inestricabile unione di disposizioni innate, cultura, esperienze del passato, sensazioni presenti che ci fanno esprimere un “mi piace” o un “non mi piace” è del tutto insindacabile e libera di esprimersi senza remore né scrupoli. Si parla di se stessi, e del rapporto con la cosa che piace o no; quindi, non si fa torto a nessuno a esprimere il proprio gusto, qualunque esso sia.

Ma quando si cerca di motivare questo proprio gusto al di là di quella miscela di concetti, sensazioni e disposizioni che lo hanno fatto esprimere in un certo modo, cominciano i problemi. Perché nel momento in cui il mio “mi piace” o “non mi piace” viene motivato da qualcosa, non sto più esprimendo il mio gusto: sto facendo una critica, cioè sto motivando la mia opinione con una serie di cause che devono essere intese dal mio interlocutore, e la cui coerenza col mio gusto dovrebbe essere condivisa. Uso il condizionale per un motivo preciso: moltissime persone non si rendono conto che quelle motivazioni che portano a supporto del proprio gusto sono del tutto risibili, oppure semplicemente sbagliate, oppure ancora incoerenti col gusto appena espresso.

Premessa: qualunque motivazione io porti a supporto del mio gusto, certamente è inutile. Il gusto non ha alcuna necessità di essere giustificato, perché non si forma solo attraverso giudizi o motivazioni esprimibili verbalmente. Io non posso esprimere del tutto perché mi piace moltissimo, ad esempio, Jackie Brown di Tarantino, più di ogni altro suo film. Posso dire: perché mi ricorda tanti altri film di genere che mi piacciono, perché è una storia ottimamente trasposta da uno scrittore che amo (Elmore Leonard), perché ci sono attori bravissimi che tutti, singolarmente, mi piacciono molto, e perché trovo il fascino di Pam Grier in questa sua interpretazione del tutto irraggiungibile. Ma ecco che, non appena le esprimo, queste motivazioni appaiono risibili: ci sono altri film di questo genere che mi piacciono moltissimo, ci sono altri ottimi film presi da storie che a loro volta amo, questi stessi attori hanno fatto altri film che mi piacciono molto (anche insieme!), Pam Grier ha fatto anche altre ottime cose che ho apprezzato. Allora? E’ la somma di queste cose, forse? Ma se fosse così, allora il mio gusto si ridurrebbe alla presenza contemporanea di una serie di elementi, ma ho le prove che non sia così: tanti altri film possiedono caratteristiche simili anche contemporaneamente, ma non mi piacciono neanche un po’.

Gli elementi che io adduco per spiegare il mio gusto non sono elementi critici che effettivamente sostengono il mio giudizio, perché nessuno di essi è necessario e sufficiente per renderlo condivisibile. Altrimenti potrei convincere altri a farsela piacere quanto me, quella cosa che mi piace tanto, e questo è notoriamente impossibile. O meglio: posso convincere qualcuno a provare quella cosa, e forse anche a lui piacerà. Ma con ciò io non ho detto nulla di non privato, di non mio, perché a sua volta la persona cui ora piace anche a lei quella stessa cosa come me, può trovare molti altri motivi per me imperscrutabili perché gli piaccia, diversi dai miei.

Quindi se un film vince l’Oscar non vuol certo dire che deve piacere per forza. Nessuna cosa può piacere per forza, e il fatto che non vi piaccia malgrado il giudizio contrario di molte persone non significa nulla né riguardo quella cosa né riguardo le vostre facoltà intellettive o sensoriali, o la vostra psicologia. Non vi piace, punto, non c’è nient’altro da dire. Quelli che vogliono convincervi che l’arte di un certo periodo “ti deve piacere”, che un certo scrittore “è un genio, come fa a non piacerti?”, che il tale designer “fa delle cose bellissime, è impossibile che non ti piaccia”, letteralmente non sanno cosa stanno dicendo.

E’ chiaro però che se chi esprime un giudizio sul proprio piacere o dispiacere poi lo motiva con parole senza senso, si espone a una critica che invece di senso ne ha parecchio. Ho sentito paragonare criticamente La grande bellezza a Kill Bill, e sostenere che quest’ultimo era molto meglio nel genere perché, pur essendo come il primo un film senza trama, ti teneva attaccato alla poltrona senza annoiarti. Ora: su ciò che annoia o non annoia non c’è nulla da sindacare, l’abbiamo già detto. Ma se sostieni che Kill Bill – una serie di combattimenti costruiti secondo un ordine gerarchico non mutabile pena non costruire una storia attendibile – è un film senza trama, amico mio tu non sai cos’è una trama. Cosa che esula dall’espressione del proprio gusto e rimanda a una confusione concettuale. Idem per quelli che hanno usato l’espressione “troppo felliniano” – come se esistesse un’unità di misura del fellinianismo cinematografico; o per chi ha criticato la comparsa dei fenicotteri rosa, invocando un criterio di verosimiglianza che non si capisce anch’esso dove e perché dovrebbe cominciare, nel film. Ma poi, perché chiedere verosimiglianza al cinema, nel 2014? Vabbè, non divaghiamo.

Di fronte a un oggetto bello possiamo solo esprimere il nostro piacere – e su quello, nessuno può mettere bocca. Nel momento in cui proviamo a spiegare e motivare il nostro piacere o il nostro dispiacere, dobbiamo essere onestamente pronti a capire che abbiamo abbandonato il terreno sicuro dei nostri inattaccabili sentimenti (nessuno può ragionevolmente negare che io sento la bellezza, quando ciò accade) per avventurarci sul piano meno certo e più sindacabile della critica. E questa sì che può essere discussa, soprattutto se adopero malamente termini e concetti per spiegare ciò che sento.