pezzi di bellezza

pezzi di bellezza

Faccio ogni giorno esperienza del mio amore per i particolari. Per esempio osservo quasi sempre persone e cose con attenzione maniacale. Mi soffermo sui dettagli, li guardo molto molto bene, li faccio passare attraverso tutto il corpo e poi elaboro un pensiero o prendo consapevolezza di un’emozione. Insomma, i particolari hanno un grandissimo “peso” dentro di me.

In questo periodo sono particolarmente pensosa. Mi osservo, guardo certi miei particolari e… soffro. Perciò ho bisogno di elaborare che cosa sto provando. Provo a farlo con Lorenzo e con voi, adesso.

Il mio piede sinistro, puntualmente tra marzo e aprile, decide che un “occhio di pernice” sul quarto dito debba tormentarmi. Arrivato maggio, dopo amorevoli cure e con le scarpe aperte, provo sollievo mentre quella “traccia” è sempre lì a ricordarmi cosa è accaduto per l’ennesima volta.

La pelle del mio viso, periodicamente e per mille motivi diversi, tira fuori una mai conclusa sequenza di escrescenze fastidiose. Quando passano, spesso non so dire perché sono scomparse: i “motivi” che mi pareva le avessero causate magari sono ancora lì.

Da maggio a settembre le mie gambe, sottoposte al calore tipico dei posti in cui vivo, dopo le 18 entrano in sciopero rendendomi faticoso rimanere in posizione verticale. Ovunque io sia quando accade – a lavoro, in un bar o su un divano – devo sollevarle per rimettere in sesto tutto il resto.

Mi piacciono i dettagli, ho detto. Non trovo “brutti” questi miei dettagli. Li trovo belli. Trovo che siano un esempio dell’evidenza del fatto che vivo, che la vita mi attraversa davvero, che ciò che si muove fuori si muove anche dentro, che sono un essere complesso che vive in un ambiente complesso.

Trovo bellissimi molti dettagli: nella loro “parzialità” richiamano alla mia mente al mio cuore e al mio corpo qualcosa che credo di poter chiamare “bellezza”.

I denti storti dentro una bocca perfetta. Una macchia marrone in un occhio color ghiaccio. La barba non uniforme su un viso irregolare. Un naso storto. Una camminata dinoccolata.

Tutto bellissimo. Pezzi di bellezza? Davvero solo pezzi?

Bellezza fatta a pezzi

Bellezza fatta a pezzi

"Frankenstein" di twm1340

Lo spunto per questa riflessione m’è venuto ascoltando un’orribile canzone – se così la si può chiamare – di cui potete vedere l’autore, il video e leggere il testo qui.

La domanda che mi sono fatto è: possibile che quella che Lev Manovich, in un libro bellissimo che consiglio a tutti (in italiano è Il linguaggio dei nuovi media, edito da Olivares) chiama “logica del database”, ha cominciato ad erodere anche il comune sentire riguardo la bellezza?

Un rapper decide di infarcire un suo testo di un modello di bellezza femminile assemblato: come dice il testo, “hai il culo di Rihanna, le tette di Elisabetta, il viso di Belen”. Lasciamo perdere, per ora – mi scuso se vi chiedo tanta capacità d’astrazione – che questa espressione sarebbe da interpretare come un complimento, e ci sarebbe da spiegare che razza di complimento è avere un corpo somigliante in parti a personaggi televisivi. E passi pure, per questo esempio, che quelle parti siano davvero “belle”. Quello che mi chiedo è: la bellezza può essere data dalla “somma” di componenti belle?

Se c’è una cosa che ho capito della bellezza, è che essa raramente riesce a resistere alla divisione in parti e alla moltiplicazione degli esemplari. Ha in sé un tratto olistico che va irrimediabilmente perduto se si pensa ad applicare le “parti” di bellezza altrove, o se si prova a replicare ovunque lo stesso esemplare di bellezza, o ancora se si mettono insieme cose di per sé “belle” sperando di ottenere di nuovo qualcosa di bello.

Non mi pare si possa ancora dire che esista il database della bellezza. Non si possono campionare le parti di bellezza e poi riassemblarle altrove, come si fa in certi generi musicali; non si possono scegliere le “cose più belle” da un catalogo e poi metterle insieme per ottenere qualcosa di più bello;  non si riesce, insomma, a costruire il bello mettendo insieme cose belle. O comunque, non sempre: il risultato di queste operazioni di assemblaggio non è affatto ovvio né facilmente prevedibile. E questo vale anche per le valutazioni di ciò di cui facciamo esperienza attraverso la “composizione” di parti belle: non c’è nessuna garanzia di avere successo nel giudizio valutando a pezzi ciò che a pezzi non può essere sentito.

Quando avverto la bellezza, essa non si fa sentire come appartenente a una parte di ciò che sto percependo, sia esso un fenomeno naturale, l’immagine di un oggetto o le parole di un testo. Mi pare impossibile separare il sentimento della bellezza dal resto di quanto sentito per attribuirlo solo a “una parte”.

Io credo, insomma, che si possa trovare bella Rihanna, compreso il suo culo, ma non il suo culo in sé, senza Rihanna. E’ una sorta di distorsione dei nostri sensi – dovuta, forse, alla proliferazione di immagini – concepire che le parti di un tutto considerato bello possano continuare ad esserlo separate dal resto. Siamo continuamente bombardati da immagini di culi, come di volti, o immagini di edifici e strutture, o di semplici oggetti: ma nella realtà non facciamo esperienza di quegli oggetti separati da una storia che li colloca in un certo tempo e in un certo spazio, né di quegli edifici fuori dal contesto urbano nel quale sono sorti – né vediamo andare in giro culi o volti staccati dai rispettivi proprietari che hanno una voce e una presenza.

Credo con Manovich che la “logica del database”  – accelerata ed esasperata dalla digitalizzazione di quasi tutti gli ambiti percettivi e simbolici – abbia profondamente cambiato, per esempio, il concetto di creatività. Essa però ci sta anche facendo credere che la bellezza possa essere parcellizzata e distribuita a tutto ciò che compone qualcosa di bello, oppure condensata in un a sola “parte” bella. Io invece non credo che questa logica abbia ancora intaccato la bellezza, qualunque cosa essa sia.

in un presente immobile

in un presente immobile

Caro Lorenzo, penso da settimane alle tue parole e alle mie e alle nostre e a quelle di persone bellissime che scrivono con noi. C’è qualcosa che ricorre e su cui voglio soffermarmi: la questione del tempo. Di “bellezza preventiva” hai scritto tu, e anche di “bellezza che viene dopo”. Nei miei commenti, ancora il tempo, il “prima”, il “poi”, ciò che “sembra venir dopo” ma che già “c’è prima”.

Mi sono chiesta allora: qual è la relazione fra il tempo e la bellezza? Posso provare a definirla in generale?

Mi pare che la bellezza escluda il tempo.

Non ne è vittima né carnefice, non lo rende più o meno rilevante. Io credo che la bellezza lo escluda e basta.

Qualcosa o qualcuno che direi essere belli o come spesso mi accade bellissimi sono per me senza tempo. Un quadro, un libro, un film, la consistenza di un tessuto, un cibo indimenticabile al palato non riesco a collocarli in un tempo, non riesco a segnarli su una linea come facevo in certi esercizi di geometria al liceo. Certi sonetti di Shakespeare sono vivi accanto a me, certe persone sulla cui pelle aumentano le rughe mi paiono sempre più belle.

Ecco, io non riesco a fissare tutto questo su quella linea, né su quella del tempo storico generale né su quella del tempo storico della mia vita. È tutto semplicemente, da qualche parte, nella mia mente o più probabilmente nel mio corpo, senza tempo.

Sentire in un solo istante, come in un presente immobile, una grande forza, qualcosa di profondamente fisico eppure del tutto spirituale. Una bellezza che è forse anche desiderio. Ma desiderio di cosa? Qui facciamo un passo oltre, e perciò mi fermo. Mi fermo a questa bellezza, a questa bellezza che esclude il tempo.

Loredana

Bellezza preventiva? No, grazie.

Bellezza preventiva? No, grazie.

"Gift Box" by Daniel Y. Go

Adesso che Sanremo è finito da un pezzo, parlo di qualcosa che mi ha colpito in quei giorni: il coro unanime di complimenti per la bellezza di una delle “primedonne” della manifestazione, che riceveva lodi spericate sulla sua bellezza da persone di tutti i generi; malgrado ogni aspetto negativo del suo caattere o episodio discutibile della sua vita – così dicevano tutti. Un plebiscito, insomma.

Non mi è piaciuta, di quella quasi totale adesione, il suo essere scontata, ovvia, assodata. Non c’è stata quasi discussione – se non per i già noti detrattori della persona in oggetto – e anche chi dissentiva veniva costretto a riconoscere che, in effetti…

Non mi azzardo certo a  dire che cosa sia la bellezza, ma c’è una frase di Walter Benjamin che mi aiuta molto e che trovo illuminante: “la bellezza è l’oggetto nell’involucro”.

Ecco, molto spesso la bellezza in televisione (e nei media in genere) è oggetto: e oggetto senza involucro. E non intendo dire certo che le donne in televisione sono senza vestiti, senza veli o senza altro che le copra. Intendo dire che la volontà oggettivante del mezzo televisivo è capace di intendere la bellezza solo come una mancanza di “imperfezioni”, come una totale aderenza a un canone misurabile di cui l’esemplare di bellezza è appunto un modello, contemporaneamente reale e ideale.

L’involucro sarebbe allora quell’ineliminabile residuo personificante che fa di una persona una persona, e non un modello. Quel qualcosa che impedisce di rendere intercambiabile la bellezza, al contrario di quella piatta adesione alla moda che fa di ogni “bellezza” qualcosa di rimpiazzabile nella prossima trasmissione, nella prossima puntata, senza che in realtà ci si possa accorgere di un cambiamento.

E’ l’involucro a impedire che la bellezza ci lasci indifferenti, perché è lui a suscitare interesse, attesa, desiderio; è l’involucro il tramite attraverso il quale la bellezza si dà – è l’involucro che viene toccato, visto, sentito – e senza di lui non c’è, in genere, neanche lei.

Quel consenso generale, preventivo, totale e indiscutibile e indiscusso è la prova che l’involucro è stato tolto – e con esso, la possibilità di cogliere la bellezza. La quale se n’è andata insieme a tutto ciò che la poteva rendere percepibile. Rimane uno spettacolo già detto, già visto, già deciso, già misurato, che tutto sarà tranne che bello.

sulla bellezza, il corpo e il dolore

sulla bellezza, il corpo e il dolore

Più rifletto sulla bellezza più ogni tipo di ragionamento su cosa sia mi pare dotato più di limiti che d’altro. Ogni volta che Lorenzo o qualcuno o qualcuna di voi scrive qualcosa e pone domande, io finisco per arrivare sempre e soltanto allo stesso punto: il corpo. Sento la bellezza col corpo. Solo questo. Vorrei poter spiegare cosa significa esattamente, ma mi vengono in mente solo pensieri confusi e parziali.

Perciò ho provato a scavare di più, per arrivare al fondo della questione e raccontare qualcosa. Penso questo: di aver imparato a sentire la bellezza col corpo, attraversando il dolore. Parlo di un dolore specifico, cioè il dolore che mi ha attraversato il corpo coi sentimenti. Ho imparato ad ascoltare me stessa quando i miei sentimenti – il misto dei miei pensieri e delle mie percezioni, che non volevo ascoltare – hanno cominciato a parlarmi così, col dolore.

Attraversando il dolore fisico ho capito tante cose: che non stavo bene in un posto, con qualcuno, per qualcosa, che volevo fuggire, che volevo chiudere, che volevo tagliare. Insomma ho capito che io, io volevo cambiare. Cambiare luogo, cambiare approccio. Volevo cambiare io perché mi sentivo circondata e attraversata da qualcosa di brutto.

Con una forma di dolore fisico ho capito anche quando ero felice, anche quand’ero circondata e attraversata dalla bellezza. Mi è capitato, più di una volta per fortuna, di percepire molto bene – per esempio – d’avere un cuore. Il cuore, l’organo che pulsa, l’ho fisicamente sentito dentro il petto in momenti di contentezza, di felicità, di empatia, di stupore. Una cosa spaventosa e bellissima. E questo, percepito così distintamente mentre prendevo consapevolezza di quello che avevo intorno, ho pensato fosse la bellezza.

Il dolore che m’ha attraversato m’ha portato verso qualcosa di nuovo: “sentire” la bellezza. È anche questo la bellezza? A me pare di sì.

Ma la bellezza può arrivare “dopo”?

Ma la bellezza può arrivare “dopo”?

Fiat 850 Sport (foto di iko)

Anche questa domanda me la sono fatta spesso, perché non riesco a conciliare le eventuali risposte con tutto il resto (poco) che posso aver capito riguardo la bellezza. Faccio adesso un elenco di fenomeni – del tutto autobiografici quindi criticabilissimi nella loro arbitrarietà – che mi hanno sollevato la domanda del titolo.

Mi è capitato di incontrare persone che, a distanza di anni, e ora in tutt’altro ambiente, definirei “belle”; mentre prima – anni prima, altrove – di sicuro non le avrei definite così.

Ricordo ancora tutte le automobili che abbiamo avuto in famiglia, e quelle sulle quali ho imparato a guidare. Emeriti catorci, allora; ma da qualche anno le ritrovo nelle mostre di automobili d’epoca: e sia lì, che nei miei ricordi, sono bellissime.

Le mie Lego, che sto per regalare ai miei figli: no, in effetti quelle sono sempre state bellissime. Adesso lo sono di più.

E i libri? Uh! Quanto diventano sempre più belle le vecchie copie – anche quelle non “mie”.

Il problema è: ma è il tempo a far accadere tutto ciò? Non credo, e non da solo. E’ la mia nostalgia per ciò che non c’è più? Forse, ma allora la domanda diventa: come fa la nostalgia a diventare bellezza? Cosa riesce a collegare questo oggetto che “adesso” è bello a quel “prima” in cui non lo era? E poi, questra risposta non va bene per le persone. Dove metto i miei ricordi, le mie impressioni, davanti all’attuale bellezza? Erano sbagliate quelle, è sbagliata questa? Ho nostalgia di loro, di me com’ero allora?

O, forse, non è della bellezza che stiamo parlando. Ma allora: perché chiamiamo anche questa “bellezza”? Non abbiamo altre parole?

nel vuoto

nel vuoto

in questi giorni di gente
di gente che corre
di gente che usa
di gente che non sa
di gente che parla fitto
di intensi rumori
di giochi di luce
di immagini – troppe
di strani odori
di cose che anch’io faccio inseguo
di cose che divertono anche me

in questi giorni penso
a cosa sia questa cosa
chiamata bellezza
ai luoghi in cui l’ho sentita
provata
amata
seguita
cercata

cosa sia dentro
dentro per me

è il vuoto
il vuoto che cerco
la pienezza di una sensazione
in un vuoto
un vuoto pieno

come quelli di certe alte chiese
come quelli di certi grandi spazi
come quelli di certe piccole vie
come quelli di certi momenti in cui nulla serve
come quelli in cui il corpo ti pare mente
come quelli in cui tutto è in un solo momento

questa bellezza del vuoto
un vuoto molto pieno
molto denso
molto intenso
fatto di niente
nessuna cosa

questa bellezza

nel vuoto

questa bellezza
questa bellezza

(ldv)

Di bellezza e calendari.

Di bellezza e calendari.

"and so it is just like you said it would be." di Valentina Franco

Il calendario Pirelli 2012. Belle queste donne, questi corpi, così fotografati? Certamente no. Come possono esserlo?
Leggo che il tema dell’anno è “la purezza”. Approfittando dei paesaggi splendidi della Corsica, non capisco perché intaccare l’idea di purezza che potrebbe offrire quella natura mettendoci quei corpi che non c’entrano niente. Non mi è chiaro la purezza di cosa. A casa mia, e anche secondo il vocabolario, la purezza è la “mancanza di elementi estranei”, diciamo la genuinità; allora sono le modelle che non c’entrano niente. Oppure loro sono le cose pure, e allora vorrei sapere cosa le rende “pure”, genuine, senza macchia rispetto ad altre persone o alla natura circostante. Le caratteristiche morali o caratteriali no, ché in queste foto non mi pare si riescano a vedere. I loro corpi certo non lo sono puri, dato che non si capisce cosa avrebbero di più e meglio di altri corpi.

Forse l’appartenere al genere di spendibilità comunemente accettata dalla moda attuale; spendibilità comoda a parecchie organizzazioni economiche, le quali sostengono un sistema di comunicazione che all’insieme di quelle caratteristiche spendibili dà il nome di bellezza. Solo il nome, perché basta pensare che quel sistema chiamava bellezza anche quella di Ursula Andress e di Rita Hayworth – due corpi che oggi non apparirebbero mai su nessun calendario Pirelli e simili raccolte di “nudi artistici” (altro nome usato molto impropriamente) – per rendersi conto che il calendario Pirelli con la bellezza ha nulla a che fare. Si chiama moda, non bellezza.

Poi ci sarebbe da spiegare, a leggere tutti i panegirici su questo calendario assurto negli anni a “evento”, quale sarebbe la relazione della purezza con la bellezza se si ammette candidamente l’uso del fotoritocco. Complimenti per la purezza. Ma lasciamo la parola al maestro:

L’intensa relazione che si crea tra fotografo e la sua musa rappresenta l’essenza per creare un forte dialogo estetico che porta alla sublimazione della bellezza naturale. Nel realizzare il calendario ho quindi posto i corpi a diretto contatto con la natura, che li accoglie come fossero un suo prolungamento, in una serie di immagini in cui roccia e scogli, terra e tronchi, cielo e mare si trasformano in scenografie che ospitano i corpi.

Mario, sei bravo con le immagini – tecnicamente – ma lascia stare le parole, è meglio. “Sublimazione della bellezza naturale”? E fai vedere quella, allora. “Prolungamento” della natura? Lo è anche photoshop, allora. “Scenografie che ospitano”? Deciditi Mario: o la natura e quei corpi sono tutt’uno – hai detto “prolungamento” – o una ospita l’altro scenograficamente. No, veramente, la bellezza è un’altra cosa. Si leggono anche commenti di una stupidità disarmante, che insistono con questi luoghi comuni sulla purezza del nudo artistico poche parole dopo aver parlato di maggiorate e star.

Io, se devo pensare a purezza e bellezza di corpi, non posso che pensare a chi balla. I corpi dei ballerini – che siano torniti dalla misurata tensione del classico,che siano controllati nella potente lentezza del tango, che siano ritmicamente esasperati dall’hip hop – sono un concentrato di purezza e bellezza. Purezza perché in loro nulla è superfluo, tutta la materia dei loro organismi è necessaria e sufficiente all’estatica esecuzione della danza; bellezza perché solo nel movimento – inevitabilmente segno di vita – quella particolare bellezza può darsi; e la fotografia sa anche come catturare il movimento, quando non ha a che fare con la più statica e immobile versione del corpo umano che l’economia dello spettacolo abbia mai prodotto: la modella.

Nata e addestrata per lo stare ferma immobile, nessuna modella sarà mai bella nell’esercizio della sua funzione. La modella – immobile anche quando cammina, data la sua ridicola andatura studiata per non illudere lo spettatore che sia in movimento neanche quando percorre una passerella – assolve il suo compito nell’annullarsi completamente nell’immagine che deve produrre. Il suo corpo è sacrificato a qualsiasi economia che ne abbia bisogno, ed è pronto ad essere modificato, coperto, annullato, desensibilizzato dai vestiti, dal trucco, dal fotografo, dai software di ritocco. Quelli nel calendario Pirelli 2012, per quello che si può vedere dalle esclusive anteprime, non sono neanche corpi, neanche cadaveri: in loro è eliminata qualunque idea di sensibilità, anche passata, e sono lì nella natura a testimoniare – pare – la loro totale estraneità al tutto. Letteralmente, questi corpi non c’entrano niente. E non si capisce con cosa potrebbero avere a che fare.

Con la purezza e la bellezza, certamente, no.

(Lorenzo Gasparrini)

cosa ci guadagno

cosa ci guadagno

M’hanno chiesto: cosa ci guadagni? Non che non m’aspettassi la domanda. Prima o poi sarebbe successo. Però m’ha fatto lo stesso un certo effetto. Cosa ci guadagno? M’hanno chiesto cosa ci guadagno a portare in giro la mostra e il progetto che ho chiamato “io sono bellissima”. Cosa ci guadagno? Nonostante m’aspettassi la domanda, non avevo pensato a una risposta. Così ho risposto al volo: “Niente”. Poi ho aggiunto: “Lo faccio per amore”. Di cosa? La risposta potrebbe essere più complessa, ma il punto è: per amore della bellezza.

Ho pensato poi: “È gratis”. Non è vero, Lorenzo. La verità è che ci guadagno tantissimo.

Per cominciare, io ci ho guadagnato due anni a pensare. Due anni a pensare alla mia vita, alla mia esperienza, ai miei dolori, ai miei sogni.

Poi ho preso alcuni treni con la mostra in spalla, ho camminato, sistemato i pannelli e atteso un qualche accadimento. E allora ho osservato donne e uomini guardare straniti questi pezzi di me mezza nuda stampati con parole e faccine intorno. E ho visto negli occhi di certe donne una strana luce. Qualcosa s’accende.

Io ci guadagno la possibilità d’osservare una qualche bellezza che si fa strada. L’incrinarsi di una vecchia incertezza, il dubbio d’essere bellissima “nonostante”.

Poi dico alle donne: comprate questo adesivo con la scritta “io sono bellissima” e mettetelo sulla macchina. O sull’agenda, per cominciare. Mi guardano divertite, poi come fossi pazza. Poi si avvicinano. E l’adesivo lo prendono. E sorridono. E ne prendono un altro per un’amica.

Ci ho guadagnato tanto Lore’. Ci ho guadagnato l’aver espresso un sogno più grande del mio per me stessa, ci ho guadagnato la possibilità di relazioni. E di dire di una bellezza piena. Pienissima. E bellissima.

Ci ho guadagnato, Lore’, e ci guadagno ancora. Ancora bellezza.

Bellezza e inflazione

Bellezza e inflazione

Beh, che dirvi, in questi giorni di crisi economica e di economisti tecnici al governo viene da pensare all’inflazione. Ma mentre quella economica, per quanto più avvertibile, subisce dei cicli, a me pare che la bellezza subisca da anni una pericolosa e continua svalutazione, una inflazione – del termine e del concetto – che fa aumentare la sua presenza diminuendo il suo potere di significare.

Stamattina ho fatto un test, sicuramente molto banale e poco scientifico ma non del tutto inutile. Ho preso i siti di quattro quotidiani: Il Giornale, Il Tempo, La Repubblica, L’Unità. Nei rispettivi motori di ricerca ho inserito “bellezza”, e ho voluto essere pignolo: dove possibile ho fatto la ricerca “per rilevanza”.

Migliaia di occorrenze nelle quali la parola bellezza è accostata a qualunque cosa. Qualunque. Ce n’è per ogni argomento e interesse, per ogni evento e per tutti i casi, per tutte le età e le stagioni, ovunque e per tutti c’è bellezza. Quindi non ce n’è affatto. La bellezza sembra un orpello gratuito, un bonus qualunque, un accessorio divenuto inevitabile – e del tutto immediatamente comprensibile. Non è così.

Io rifiuto, anche e soprattutto nella chiacchiera insensata del quotidiano, la “bellezza del vino”, il “ripartire dalla bellezza”, la “bellezza negli occhi delle amiche”, di “celebrare la bellezza”, una “lezione di bellezza”, l’”età della bellezza”, la “bellezza del territorio”, la “sfida di bellezza”, il “Ministero per la bellezza” e il “Comitato per la bellezza”, la “bellezza della democrazia” – tutte espressioni prese da quei giornali e da tutti i giorni del linguaggio.

Io non accetto l’inflazione della bellezza. Avverto il pericolo che mi rimanga tra le mani come una banconota senza valore reale, pronta per essere affannosamente cambiata in “qualcosa”. Io la bellezza la uso raramente e solo quando la sento; così posso sperare di avere ancora la capacità di avvertirla, la prossima volta.